Corriere, c’è del marcio (non) in Danimarca

marzo 11th, 2010

Il Corriere prende per veri i video burla pro-Danimarca

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “orboveggente” e “marco.bra*”.

Verifica delle fonti, questa sconosciuta. Il Corriere della Sera inciampa per l’ennesima volta in uno svarione giornalistico. Pubblica i “filmati choc di Lars von Trier”, che a suo dire sarebbero dei video promozionali per il turismo danese commissionati al famoso regista.

Peccato che chi ha pubblicato l’articolo evidentemente non s’è preso la briga di controllare da dove proveniva. La fonte, infatti, è il popolarissimo sito satirico statunitense The Onion. Naturalmente nessuno, presso il Corriere, s’è fermato a chiedersi se avesse senso una campagna per il turismo basata su immagini di stupro, madri che uccidono i figli e vecchietti obbligati a leccare scarponi militari infangati.

Complimenti per la magnifica lezione di giornalismo. Ringrazio scossuNoisefromamerika e Soloparolesparse per la segnalazione.

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marzo 10th, 2010

Il Corriere prende per veri i video burla pro-Danimarca

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Verifica delle fonti, questa sconosciuta. Il Corriere della Sera inciampa per l’ennesima volta in uno svarione giornalistico. Pubblica i “filmati choc di Lars von Trier”, che a suo dire sarebbero dei video promozionali per il turismo danese commissionati al famoso regista.

Peccato che chi ha pubblicato l’articolo evidentemente non s’è preso la briga di controllare da dove proveniva. La fonte, infatti, è il popolarissimo sito satirico statunitense The Onion. Naturalmente nessuno, presso il Corriere, s’è fermato a chiedersi se avesse senso una campagna per il turismo basata su immagini di stupro, madri che uccidono i figli e vecchietti obbligati a leccare scarponi militari infangati.

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Apple ripulisce l’App Store per le anime candide

marzo 9th, 2010

Apple: se sei grosso, puoi pubblicare le tue foto osé

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “aquila.della.*” e “fabrizio.b*”.

A volte per spiegare i concetti di base dell’economia non c’è niente di meglio di una scollatura generosa. Uno di questi concetti di base è che concedere a una singola società il controllo totale sulla distribuzione dei propri prodotti non è mai salutare, perché espone agli sbalzi d’umore e ai ghiribizzi di quell’intermediario esclusivo.

Lo hanno imparato a proprie spese coloro che realizzano le applicazioni per iPhone e iPod, che possono essere distribuite esclusivamente passando attraverso Apple. Se Apple decide che l’applicazione non va bene per qualunque motivo, tutto il lavoro di ricerca e sviluppo è stato inutile.

Se i criteri di accettazione fossero chiari e fissi, la cosa sarebbe forse meno irritante, ma Apple continua a cambiare le regole del gioco. L’ultima novità è che la Federazione degli Editori tedesca (VDZ) lamenta la nuova serie di criteri di discriminazione introdotti da Apple per ripulire il proprio negozio di applicazioni iTunes e renderlo adatto anche alle anime più candide secondo i nebulosi criteri morali di Cupertino. Il materiale provocante non è ammesso, salvo che provenga da “una società ben conosciuta che abbia già pubblicato materiale”. Ci sono curve di serie A e curve di serie B, insomma.

Il problema è capire cosa s’intende per “ben conosciuta”. APF/Yahoo riferisce che il popolarissimo giornale tedesco Bild ha dovuto mettere un bikini digitale sulla pin-up dell’applicazione che ha realizzato per iPhone e di cui ha già venduto 100.000 copie (l’applicazione chiede agli utenti di scuotere il proprio iPhone per spogliare la modella). Un’applicazione realizzata dalla rivista Stern è stata bloccata a gennaio perché presentava foto provocanti. Però Playboy e FHM hanno il benestare di Apple per pubblicare parte del proprio materiale attraverso iTunes.

Axel Springer ha riassunto la faccenda nel modo più limpido: “Oggi si tratta di seni scoperti, domani potrebbe trattarsi di qualcos’altro. Riteniamo che il comportamento di Apple sia iniquo, arbitrario, deleterio per gli affari e pericoloso per la libertà di stampa”.

In altre parole, la situazione di monopolio sapientemente creata da Apple è stata eloquentemente messa a nudo.

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marzo 8th, 2010

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A volte per spiegare i concetti di base dell’economia non c’è niente di meglio di una scollatura generosa. Uno di questi concetti di base è che concedere a una singola società il controllo totale sulla distribuzione dei propri prodotti non è mai salutare, perché espone agli sbalzi d’umore e ai ghiribizzi di quell’intermediario esclusivo.

Lo hanno imparato a proprie spese coloro che realizzano le applicazioni per iPhone e iPod, che possono essere distribuite esclusivamente passando attraverso Apple. Se Apple decide che l’applicazione non va bene per qualunque motivo, tutto il lavoro di ricerca e sviluppo è stato inutile.

Se i criteri di accettazione fossero chiari e fissi, la cosa sarebbe forse meno irritante, ma Apple continua a cambiare le regole del gioco. L’ultima novità è che la Federazione degli Editori tedesca (VDZ) lamenta la nuova serie di criteri di discriminazione introdotti da Apple per ripulire il proprio negozio di applicazioni iTunes e renderlo adatto anche alle anime più candide secondo i nebulosi criteri morali di Cupertino. Il materiale provocante non è ammesso, salvo che provenga da “una società ben conosciuta che abbia già pubblicato materiale”. Ci sono curve di serie A e curve di serie B, insomma.

Il problema è capire cosa s’intende per “ben conosciuta”. APF/Yahoo riferisce che il popolarissimo giornale tedesco Bild ha dovuto mettere un bikini digitale sulla pin-up dell’applicazione che ha realizzato per iPhone e di cui ha già venduto 100.000 copie (l’applicazione chiede agli utenti di scuotere il proprio iPhone per spogliare la modella). Un’applicazione realizzata dalla rivista Stern è stata bloccata a gennaio perché presentava foto provocanti. Però Playboy e FHM hanno il benestare di Apple per pubblicare parte del proprio materiale attraverso iTunes.

Axel Springer ha riassunto la faccenda nel modo più limpido: “Oggi si tratta di seni scoperti, domani potrebbe trattarsi di qualcos’altro. Riteniamo che il comportamento di Apple sia iniquo, arbitrario, deleterio per gli affari e pericoloso per la libertà di stampa”.

In altre parole, la situazione di monopolio sapientemente creata da Apple è stata eloquentemente messa a nudo.

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Decapitata una rete di spammer

marzo 7th, 2010

Waledac e gli zombi decapitati

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “bisif” e “martelossi.*”.

Buona notizia: una rete di centinaia di migliaia di computer infetti che stava intasando Internet con invii massicci di spam è stata decapitata. Cattiva notizia: i computer sono tuttora infetti e zombificati, pronti a rianimarsi.

Microsoft è riuscita ad abbattere una botnet (una rete di computer connessi a Internet, tutti infettati dallo stesso software ostile) denominata Waledac, che era una delle dieci più grandi degli Stati Uniti e una delle principali fonti di disseminazione di spam nel mondo, ritenuta capace di inviare oltre un miliardo e mezzo di messaggi di pubblicità spazzatura al giorno. L’immagine qui accanto è una mappa delle infezioni realizzate da Waledac in un periodo di 18 giorni.

La decapitazione della rete di PC infetti è stata possibile grazie a un’azione legale avviata da Microsoft in Virginia contro gli ignoti padroni di Waledac, che ha permesso l’emissione di un ordine legale di blocco di ben 277 dominii Internet utilizzati per gestire la botnet. In pratica è stata tagliata la connessione fra il centro di comando della rete e i singoli computer zombificati che ricevevano ordini connettendosi periodicamente a questi dominii. Secondo il comunicato di Microsoft, si tratta della prima collaborazione in assoluto fra l’industria del software e gli ambienti legali mirata a bloccare una botnet. Non credo di essere il solo a volerne ancora.

Un ottimo successo, ma rimane il problema di fondo: sono stati trattati i sintomi ma non la malattia, perché i computer che erano stati infettati lo sono ancora, e non sono state risolte le cause. Che sono principalmente due: la scarsa attenzione alla sicurezza da parte degli utenti che si fanno infettare e la stupidità di chi compera patacche dagli spammer. Se nessuno comperasse i prodotti reclamizzati dallo spam, lo spam non avrebbe motivo di esistere. Ma eliminare la stupidità è probabilmente un compito troppo grande anche per le forze congiunte di Microsoft e della legge.

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marzo 6th, 2010

Waledac e gli zombi decapitati

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Buona notizia: una rete di centinaia di migliaia di computer infetti che stava intasando Internet con invii massicci di spam è stata decapitata. Cattiva notizia: i computer sono tuttora infetti e zombificati, pronti a rianimarsi.

Microsoft è riuscita ad abbattere una botnet (una rete di computer connessi a Internet, tutti infettati dallo stesso software ostile) denominata Waledac, che era una delle dieci più grandi degli Stati Uniti e una delle principali fonti di disseminazione di spam nel mondo, ritenuta capace di inviare oltre un miliardo e mezzo di messaggi di pubblicità spazzatura al giorno. L’immagine qui accanto è una mappa delle infezioni realizzate da Waledac in un periodo di 18 giorni.

La decapitazione della rete di PC infetti è stata possibile grazie a un’azione legale avviata da Microsoft in Virginia contro gli ignoti padroni di Waledac, che ha permesso l’emissione di un ordine legale di blocco di ben 277 dominii Internet utilizzati per gestire la botnet. In pratica è stata tagliata la connessione fra il centro di comando della rete e i singoli computer zombificati che ricevevano ordini connettendosi periodicamente a questi dominii. Secondo il comunicato di Microsoft, si tratta della prima collaborazione in assoluto fra l’industria del software e gli ambienti legali mirata a bloccare una botnet. Non credo di essere il solo a volerne ancora.

Un ottimo successo, ma rimane il problema di fondo: sono stati trattati i sintomi ma non la malattia, perché i computer che erano stati infettati lo sono ancora, e non sono state risolte le cause. Che sono principalmente due: la scarsa attenzione alla sicurezza da parte degli utenti che si fanno infettare e la stupidità di chi compera patacche dagli spammer. Se nessuno comperasse i prodotti reclamizzati dallo spam, lo spam non avrebbe motivo di esistere. Ma eliminare la stupidità è probabilmente un compito troppo grande anche per le forze congiunte di Microsoft e della legge.

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Decapitata una rete di spammer

marzo 5th, 2010

Waledac e gli zombi decapitati

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “bisif” e “martelossi.*”.

Buona notizia: una rete di centinaia di migliaia di computer infetti che stava intasando Internet con invii massicci di spam è stata decapitata. Cattiva notizia: i computer sono tuttora infetti e zombificati, pronti a rianimarsi.

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La decapitazione della rete di PC infetti è stata possibile grazie a un’azione legale avviata da Microsoft in Virginia contro gli ignoti padroni di Waledac, che ha permesso l’emissione di un ordine legale di blocco di ben 277 dominii Internet utilizzati per gestire la botnet. In pratica è stata tagliata la connessione fra il centro di comando della rete e i singoli computer zombificati che ricevevano ordini connettendosi periodicamente a questi dominii. Secondo il comunicato di Microsoft, si tratta della prima collaborazione in assoluto fra l’industria del software e gli ambienti legali mirata a bloccare una botnet. Non credo di essere il solo a volerne ancora.

Un ottimo successo, ma rimane il problema di fondo: sono stati trattati i sintomi ma non la malattia, perché i computer che erano stati infettati lo sono ancora, e non sono state risolte le cause. Che sono principalmente due: la scarsa attenzione alla sicurezza da parte degli utenti che si fanno infettare e la stupidità di chi compera patacche dagli spammer. Se nessuno comperasse i prodotti reclamizzati dallo spam, lo spam non avrebbe motivo di esistere. Ma eliminare la stupidità è probabilmente un compito troppo grande anche per le forze congiunte di Microsoft e della legge.

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Sentenza Google, niente panico

marzo 4th, 2010

Sentenza contro Google per il video del disabile: facciamo il punto, senza agitarci troppo?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi di carcere, con pena sospesa, tre dirigenti di Google Italy (David Carl Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer) per violazione della privacy in seguito a un video pubblicato su Google Video che mostrava un ragazzo autistico picchiato da alcuni giovani, risultati poi essere studenti di un istituto tecnico torinese. Assolto invece il responsabile europeo di Google Video, Arvind Desikan, accusato di diffamazione. La notizia fa il giro del mondo (Japan Today; WAToday; China Post di Taiwan). Google s’indigna.

Vuol dire che d’ora in poi in Italia i fornitori di servizio sono responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti? La libertà della Rete è in pericolo? Non proprio.

I fatti risalgono al 2006. Il video incriminato viene registrato a maggio e pubblicato su Google Video l’8 settembre. Vi resta per due mesi (fino al 7 novembre) e viene visto 5500 volte prima di essere rimosso. I media cominciano ad occuparsene il 12 novembre, dopo che il video è stato eliminato.

Qualunque considerazione su questi fatti è menomata da un problema di fondo: non si conoscono, per ora, le motivazioni della sentenza, che verranno depositate entro tre mesi. Per cui si possono fare alcune congetture, definire alcuni punti fermi e poco più.

La prima cosa da tenere presente è che, secondo Manlio Cammarata, una sentenza di primo grado, come quella di cui si parla, “non costituisce un precedente vincolante per i giudici che dovessero pronunciarsi su casi analoghi”. Quindi non c’è da attendersi una raffica di provvedimenti giudiziari analoghi.

La seconda è che la legge italiana (articoli 14-15-16 del decreto legislativo n. 70/2003) e le leggi dell’Unione Europea (e in USA il Communications Decency Act) dicono chiaramente che un fornitore di un servizio come Google Video o Youtube non è responsabile dei contenuti immessi dagli utenti se si limita a veicolarli. Un po’ come le Poste non sono responsabili se qualcuno le usa per mandare una lettera minatoria. Scatta una responsabilità legale in sede civile solo se il fornitore non rimuove prontamente i contenuti illeciti.

Questa, come segnala anche l’ex garante per la privacy italiano Stefano Rodotà su Repubblica, potrebbe essere una delle motivazioni della sentenza: forse Google non è stata pronta nel rimuovere il video a seguito di una segnalazione e quindi potrebbe esserci un “comportamento omissivo”. Ma è una congettura. Secondo la BBC, Google ha detto di aver rimosso il video non appena le è stato segnalato, addirittura due ore dopo aver ricevuto la notifica dalla Polizia secondo la Associated Press, che dice che gli avvocati dell’accusa hanno criticato invece l’inefficacia del sistema che permette agli utenti di segnalare video illeciti: il video era entrato nella classifica dei “più divertenti” ed aveva ricevuto oltre 800 commenti.

La terza è che le caratteristiche stesse della Rete, e soprattutto i numeri in gioco, negano qualunque possibilità pratica di filtraggio preventivo o controllo dei contenuti da parte del fornitore del servizio. Gli utenti pubblicano ogni giorno molti più video di quanti Google ne possa esaminare e valutare (su Youtube vengono pubblicate venti ore di video ogni minuto) e immettono in Rete molti più post di quanti Facebook ne possa controllare. Ci vorrebbe un esercito di sorveglianti: e chi li paga? E chi controlla il loro operato? Proprio per questo la legge si basa (non solo in Italia) sull’idea della non responsabilità dei meri “prestatori di servizio”. E la legge non è cambiata nottetempo, per cui per ora le cose stanno come prima.

Cosa più interessante, quand’anche si cambiasse la legge, ci sarebbe il problema tecnico non banale di impedire l’accesso dall’Italia a Youtube, Facebook, Vimeo e tutti i servizi analoghi, compresi i blog. Significherebbe far precipitare l’Italia ai livelli dell’Afghanistan, isolandola dal resto del mondo. Uno scenario un tantino irrealistico, visto che ci sono di mezzo un bel po’ di soldi (l’oscuramento di Youtube e simili causerebbe un crollo dell’uso di Internet in Italia e ridurrebbe il fatturato degli operatori telefonici), per cui è decisamente prematuro impanicarsi paventando censure imminenti. Il problema è che leggo commenti di politici secondo i quali invece una censura preventiva sarebbe tecnicamente fattibile e soprattutto sarebbe cosa buona e giusta. Per parafrasare un detto un po’ scurrile, siamo tutti sysadmin con il router degli altri.

Aspettare di conoscere i fatti prima di rigurgitare slogan non sembra essere granché di moda. Ne riparliamo quando saranno pubblicate le motivazioni.

Aggiornamento

Giuseppe Vaciago, uno degli avvocati di Google al processo in questione, è intervistato da Elvira Berlingieri su Apogeonline.

A proposito di “cosa buona e giusta” segnalo questa perla dell’Osservatore Romano: “La sentenza di Milano va nella giusta direzione: servono regole; i motori di ricerca e i provider hanno responsabilità penali.” Davvero? La legge a quanto risulta dice di no, e per ora vale la legge, che piaccia o no. Ma se qualcuno vuole introdurre il principio che i dirigenti di un fornitore di servizio sono responsabili di quello che fanno i loro utenti, forse non ha considerato che questo significherebbe arrestare il Papa se un cristiano ruba.

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Luna, ci vediamo a Torino il 13 marzo?

marzo 3rd, 2010

Complotti lunari anche a Torino

La cena-conferenza sui complotti lunari organizzata dal CICAP Veneto  a Vicenza venerdì scorso è stata per me una gioia e uno spasso: mi riempie sempre il cuore rivedere gli amici e conoscerne di nuovi, scoprire quanto interesse ci sia ancora verso l’epopea del viaggio verso la Luna, sentire dalla viva voce delle persone la sorpresa nello scoprire quanta meravigliosa documentazione è oggi disponibile con pochi clic e vedere chi era legittimamente dubbioso cambiare idea con entusiasmo. Spero che i presenti si siano divertiti altrettanto.

Mi sembra che siano piaciute in particolare le penne USB con tutte le foto – ben 550 – della missione Apollo 11, restaurate e in altissima definizione e la descrizione di come si andava al gabinetto che non c’era durante le missioni lunari (fatta dopo cena per non turbare gli animi). E s’è anche mangiato bene e in buona compagnia, cosa che non guasta mai.

Si replica a Torino il 13 marzo alle 19, presso il CH4 Sporting Club di via Trofarello 10. Tutte le informazioni su come prenotare sono in questa pagina del CICAP Piemonte. Vi aspetto, però portate anche qualche lunacomplottista, così c’è ancora più gusto. Quelli che c’erano a Vicenza non hanno osato aprir bocca, come capita spesso quando si rendono conto che gli interlocutori sono preparati sulla materia molto più di loro.

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Nufologia: Voyager e l’UFO vicino al Concorde

marzo 2nd, 2010

Voyager e gli UFO inossidabili

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “francesco.pi****” e “arborio” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La puntata di Voyager (Raidue) di lunedì 15 febbraio ha rispolverato l’argomento UFO e ha soprattutto confermato che certi miti resistono a qualunque smentita o sbufalamento.

Non mi cimento nell’impresa estenuante di esaminare ogni singolo filmato ufologico presentato nella puntata, ma segnalo un paio di perle che la dicono lunga su come funzionano certe trasmissioni e certe credenze.

Per esempio, Voyager ha presentato per l’ennesima volta il video del presunto UFO argenteo, “un’apparente struttura metallica”, ripreso dagli astronauti dello Shuttle nel 1984 (immagine qui sotto).

Video sbufalato da una vita, ma Giacobbo sembra non saperlo: il presunto veicolo alieno è semplicemente una goccia d’acqua sul finestrino dello Shuttle, e sembra argenteo perché riflette, rovesciata e distorta, la Terra. Lo sbufalamento dettagliato è in questo articolo.

Sono stati presentati di nuovo anche i soliti video ripresi dagli astronauti che secondo Voyager mostrerebbero veicoli alieni che viaggiano nelle vicinanze con movimenti impossibili per un veicolo di costruzione terrestre. Non sono UFO lontani: sono particelle vicine.

Si tratta, infatti, delle tantissime particelle che circondano qualunque veicolo spaziale: un fenomeno noto sin dai tempi del volo spaziale di John Glenn, che le descrisse come “lucciole” (fireflies) quasi cinquant’anni fa. Le particelle provengono dallo scarico dell’acqua e dell’urina e dalle perdite dei gas di bordo, che diventano cristalli di ghiaccio (Apollo 17 Press Kit, pagina 67). Ci sono anche schegge di vernice e piccoli frammenti metallici che si staccano dal veicolo e lo accompagnano finché il veicolo procede per inerzia. Si spostano, a volte anche bruscamente, per via del campo elettrostatico che circonda ogni veicolo spaziale e per via dell’azione dei getti dei motori di manovra. Sono un fenomeno talmente noto e assodato che non ci fa più caso nessuno: ecco perché nei video mostrati da Voyager i tecnici e gli astronauti non hanno nessuna reazione particolare quando le vedono.

Voyager ha anche mostrato un altro classico intramontabile dell’ufologia da quattro soldi, quella che non corregge i propri abbagli e continua a ripetere le stesse storielle come se niente fosse: l’UFO che vola vicinissimo all’aereo di linea supersonico Concorde in un filmato che, stando a Voyager, sarebbe stato ripreso nel gennaio del 1976 sopra la contea inglese del Wiltshire, “durante un volo sperimentale del Concorde”. Strano che sia un volo sperimentale, visto che il Concorde entrò in servizio di linea il 21 gennaio 1976, ma non voglio cavillare.

Qui sotto vedete tre fotogrammi tratti dal video, sopra i quali ho tracciato una riga verticale gialla:

Lo vedete? L’UFO così clamoroso è quel puntino vago che si vede sopra e sotto l’aereo, verso la parte anteriore dell’ala, dove ho tracciato la riga gialla. Tutto lì. Un puntino che si sposta. Non è un po’ poco?

Ma la cosa interessante è che quel puntino indistinto si sposta, guarda caso, in modo esattamente parallelo ai bordi laterali del fotogramma di pellicola cinematografica, come si vede usando la riga gialla come riferimento. Si capisce che è pellicola perché qui e in altri fotogrammi si vedono pelucchi e macchioline di polvere che appaiono e scompaiono (e Voyager, per quel che può valere, conferma che si tratta di pellicola).

Osservando attentamente il filmato si nota anche un altro fatto interessante: prima che Voyager confonda le acque zoomando in regia su una porzione del filmato, l’inquadratura del Concorde cambia leggermente anche nel filmato originale. Il muso del velivolo, che prima era troncato, viene inquadrato completamente. Ma il puntino non cambia la propria distanza dal bordo laterale del fotogramma:

Chiunque abbia mai avuto a che fare con la pellicola cinematografica, anche solo come hobbista, sa benissimo che cosa significa trovarsi un puntino che si sposta verticalmente lungo un asse precisamente parallelo al bordo laterale del fotogramma e che mantiene la stessa distanza dal bordo quando l’inquadratura si sposta: significa che il puntino è un difetto della pellicola (un graffio o un granello di polvere, per esempio), non un oggetto della scena.

Il fatto stesso che il cineoperatore che ha ripreso la scena non abbia cambiato inquadratura per seguire un oggetto così straordinario la dice lunga: vuol dire che non l’ha visto. Non l’ha visto perché non c’era.

Il resto della puntata mostra una serie di video che dice essere “misteriosi” ma sono in realtà stati sbufalati da tempo: l’UFO sopra il Cremlino, la spirale nel cielo norvegese (era lo scarico di un missile russo), l’UFO circolare sopra Mosca (una comune nube, nota ai meteorologi come hole punch cloud) e persino l’UFO alle Torri Gemelle, che è uno spot di Scifi Channel.

C’è anche Jaime Maussan, presentato come “giornalista” quando in realtà è un ufocredente: o meglio, un ufocredulo, visto che aveva detto che l’”alieno baby” catturato e ammazzato in Messico nel 2007 era sicuramente autentico (era una scimmietta scuoiata). Dice che le flotillas di oggetti filmati sono un mistero, ma non ci vuole molto per capire che sono gruppi di palloncini.

Sempre per la parte pro-UFO, ci sono poi in studio Roberto Pinotti, Flavio Vanetti (quello che scrive sul sito del Corriere e racconta di missioni Apollo segrete per recuperare alieni sulla Luna, di annunci ufologici di Obama che poi si rivelano bufale, e scambia una sorpresa del Kinder per un UFO) e Adriano Forgione, ai quali si aggiunge il supporto esterno di altri personaggi noti del settore.

Striscia la Notizia ha già sbufalato (da 2:09 circa) il mitico Antonio Urzi: una persona che vede e filma in continuazione UFO e persino cavallini volanti dalla finestra di casa sua a Cinisello Balsamo e con questo sistema finisce più volte in televisione, dove avviene una cosa ancora più straordinaria: nessuno, ma proprio nessuno, gli fa la domanda più ovvia e banale. “Ma scusi, Urzi, come mai questi dischi volanti che svolazzano sopra il centro abitato di Cinisello li vede soltanto lei con la sua videocamera e non li vede mai nessun altro abitante della zona? Son tutti rincitrulliti dalle polveri fini, o è lei che ci prende per i fondelli e noi le diamo corda?”

In questa puntata Voyager ha cercato di darsi una patina di scientificità e apparente obiettività invitando in studio anche il geologo e giornalista scientifico di Repubblica Luigi Bignami, Didier Schmitt dell’Agenzia Spaziale Europea e Stefano Bagnasco dell’INFN di Torino per chiedere loro di spiegare i video ufologici. Ma dietro questa scelta ci sono due scorrettezze di fondo.

La prima è che queste persone non hanno avuto modo di visionare i filmati prima della trasmissione. Lo so perché sono stato in contatto con uno di loro. È stato chiesto loro di giustificare le immagini a caldo e alla cieca, senza poterle esaminare con calma e senza conoscerne le fonti, come invece ho potuto fare io qui sopra.

Questo è un trucchetto sleale. È come chiedere a un perito balistico di guardare una foto sbiadita di una pallottola e indicare l’assassino entro trenta secondi. In circostanze simili, qualunque persona seria può soltanto fare caute congetture sul motivo per cui i filmati sono falsi, per cui inevitabilmente fa la figura dell’incerto mentre l’ufologo convinto ammalia il pubblico con fantasiosi racconti di altre dimensioni e vibrazioni di cui nessuno gli chiede giustificazione alcuna.

L’unica difesa possibile sarebbe conoscere già tutti i filmati in circolazione e saperne l’origine e la spiegazione, ma questo è un compito enorme. Ed è questa la seconda scorrettezza: prendere appositamente l’esperto sbagliato, per fargli fare brutta figura. Se si parla di denti, si interpella un dentista: se si parla di filmati ufologici, bisogna chiedere agli esperti in filmati ufologici, cioè i debunker. Non agli scienziati. Ma queste trasmissioni non lo fanno, perché sanno benissimo che un paio di debunker preparati li farebbero a fettine dalle risate.

Sì, Giacobbo, questa è una cordiale sfida. Complotti lunari o UFO, a te la scelta dell’arma. Garantisco il divertimento.

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