L’inquinamento vien dal mare.

Non sono state incluse nel protocollo di Kyoto, ma le emissioni di C02
prodotte dal traffico navale rivaleggiano egregiamente con quelle
dell’aeronautica.

I traffici via mare hanno un ruolo importante nell’ mondiale ma per
ora non si sa molto del reale fattore di inquinamento ambientale che
causano. Eppure stando ai dati ufficiosi, sembra che questi siano molto
elevati: le grandi navi mercantili scaricano nell’ambiente almeno il doppio
della fuliggine di quello che fino ad oggi si pensava e lo stesso vale in
proporzione anche per i piccoli rimorchiatori. In totale, all’anno, secondo
alcune stime, la percentuale di fuliggine emessa nell’ambiente si aggira
intorno alle 130 mila tonnellate di fuliggine all’anno, l’1,7 per cento
della quantità globale, la maggior parte della quale è scaricata nei pressi
delle regioni costiere, sovente densamente abitate.

Se si considera non solo la fuliggine, ma l’insieme dei gas emessi che
contribuiscono ad aumentare l’effetto serra la situazione diventa ancora più
grave.

Circa il 90% delle merci viaggia sulle navi, le quali, secondo
l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), contribuiscono per circa il
3,5 per cento alle emissioni di gas inquinanti.

Ma anche le navi da crociera non sono da meno: nel rapporto annuale di una
delle grandi compagnie di crociera mondiale, la Carnival Cruise Lines ha
ammesso che le emissioni di C02 raggiungono quota 410 grammi di C02 per
passeggero, 36 volte di più di un Eurostar, e più di 3 volte quanto produce
un passeggero in volo su un Boeing 747.

Mercantili o da crociera le navi sono accomunate dal fatto di utilizzare
generalmente del carburante di bassa qualità che, bruciato, aumenta le
emissioni di fuliggine e gas nell’ambiente (le navi da crociera comunque
hanno un altro grosso problema, i , la cui quantità, mediamente è di
circa 3,5 chili al giorno per passeggero, di molto superiore allo 0,8 di chi
è sulla terraferma)..

In questi ultimi anni molte autorità portuali, così come le maggiori
compagnie di crociera, hanno affermato di essere diventate molto sensibili
alla questione e di fare grandi sforzi per cambiare lo stato delle cose.

Alcuni accorgimenti sarebbero in grado già da oggi di poter influire in
maniera determinante, contro fuliggini e gas ad effetto sera. Per esempio
dotare i porti di punti allaccio alla rete elettrica più e meglio
distribuiti, per permettere alle navi di spegnere i motori lasciati accesi
anche a nave ferma per produrre energia elettrica.

Convertire la rete di trasporto su gomma in altre tipologie di trasporto
come il treno o una rete di chiatte, rimpiazzare i camion destinati a
raccogliere le merci con vetture ecologiche e riciclare i gas

incombusti prodotti nell’area portuale. Migliorie tecniche come l’
applicazione dell’idrodinamica ai propulsori ridurrebbero addirittura fino
al 30% le emissioni di C02 nelle navi di recente costruzione. L’obiettivo è
quello di raggiungere una riduzione delle emissioni di almeno il 17% entro
il 2010 e del 28% nel 2020.

Ma, come in altri casi, i tentativi di trovare un accordo che obblighi tutti
a rispettare determinati standard di inquinamento e ad adottare programmi di
riduzione delle emissioni cozzano contro gli interessi particolari delle
varie nazioni interessate. Se i paesi sviluppati sono disponibili a mettersi
al tavolo delle trattative e garantire il loro impegno non altrettanto sono
disposti a fare i paesi che negli ultimi anni sono in pieno boom di
sviluppo, come Cina, India Brasile, sebbene formalmente abbiano aderito ai
programmi ed abbiano partecipato alle conferenze internazionali.

Riuscire a stabilire parametri standard di emissioni ed insieme i necessari
programmi di progressiva riduzione dei gas prodotti dalla combustione
dovrebbe diventare un percorso comune condiviso (e obbligatorio) da tutti
gli Stati.

Altrimenti nessun progetto di miglioramento sarà possibile ed il profitto
trionferebbe a scapito della salvaguardia dei mari e dell’aria che
respiriamo.

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